di Salvatore Barraco
No, non c’è un avversario da presentare e nemmeno da sviscerare il game plan per contrastarlo. Perché non ci sono più match per la Trapani Shark, e ciò da ben prima della formale esclusione ad opera della Federazione, poiché invero già da metà dicembre gli avversari sembravano esistere solo sulla carta, mentre sul campo si respirava un senso di smarrimento collettivo, acuito dagli episodi in Bulgaria e contro Trento. Per via di una Federazione che, forse, poteva anticipare il game over, evitando stillicidi poco edificanti anche per il movimento, e di una proprietà che ha deciso, così, di “punire” Trapani ed i suoi tifosi, rei forse di aver riempito in tre anni (rectius due anni e due mesi) il Palazzetto, annesse trasferte da 400 sciarpe, fino alle epiche Milano e Bologna on the road a quota tre zeri, o quasi. Proprietà ormai che appare isolata nelle proprie convinzioni, come chi, prendendo l’autostrada contromano, mostra al passeggero stupore perché, a proprio dire, sarebbero tutti gli altri (e sono tanti) a viaggiare invece in senso contrario! Poco interessante sarà verificare gli esiti, tra qualche anno, di eventuali pronunce della giustizia ordinaria che, invero, non avranno alcun riverbero sulle decisioni sportive, semmai sugli annunciati risarcimenti miliardari e planetari.
Trapani invece dovrà dimenticarsene in fretta, rinunciando ad eventuali aggiornamenti, per trovare una nuova pace in città, invero divisa e lacerata come non mai nella società civile ed istituzionale, quasi lambita da due curve, opposte, a fronteggiarsi ferocemente. Anni di delirio si, ma invero solo un “sogno grandioso” avrebbe potuto far godere la città, nel basket, di palcoscenici di tal livello, detto che il tessuto socio economico della vecchia Drepanum nulla avrebbe a che spartire con la LBA, per di più da protagonista assoluta. Invero, chiudere gli occhi sognanti fuori dal parquet, era di fatto l’unica via per restare disperatamente e lucidamente col focus sul campo, quasi un obbligo per chi, vuoi da tifoso vuoi da addetto ai lavori, avrebbe avuto l’irripetibile chance (si, irripetibile) di confrontarsi con l’apice della palla a spicchi, sia per gesti tecnici, che per qualità dei protagonisti (Repesa, Messina, Banchi, Poeta), per finezza degli aspetti tattici, per semplice progressione personale/professionale. C’è chi non v’è riuscito, travolto esso stesso dalla Grandiosità fuori dal campo, ed invero l’occasione persa grida vendetta. Infatti non è tempo di medaglie con scritto “lo l’avevo detto” (ne sono state commissionate migliaia in città), poco utile (se non altrettanto ego riferito pur sotto mentite spoglie di monito generazionale) soffermarsi su macerie et similia. Più dolce, e forse proficuo, ripartire dalle emozioni vissute, indubbiamente vere! Partite vere, palazzetti pieni e grondanti di granata in tutto lo stivale, come vero è stato il senso di appartenenza condiviso,nelle gradinate come negli aeroporti pieni di sciarpe a tono, con l’immagine della città portata, coloritamente e positivamente, in pellegrinaggio, quasi a dire a tutti “quant’è bella Trapani”. Veri gli avversari di prestigio, il ritmo, l’atletismo e l’intensità della Lega Basket Serie A vissuti non in televisione, ma dal vivo, a pochi metri dal parquet. Epiche le vittorie contro Milano, l’ultima al Forum, storia il canestro in fade away di Cordinier che, di fatto, ha privato la piccola Trapani del primo posto al termine della regular season della passata stagione . Indimenticabili i 33 punti del folletto JD in 12’ di primo tempo contro la Fortitudo in finale promozione di A2, così come le penetrazioni di mano sinistra di Justin Robinson, ora in doppia cifra fissa col Paris in Eurolega. Vero è l’applauso della gente quando, dopo l’infortunio, sul cubo del cambio, contro Brescia, sedeva Notae, da brividi, vero è il coro “lasciatemi cantare” cantato da tutti, ma proprio tutti, gli oltre 4.000. Questo non è il tempo del rammarico. Non è il momento di contare ciò che potrebbe andare perduto. È, semmai, il momento di guardare ciò che è stato costruito. Trapani ha visto i suoi bambini e i suoi ragazzi riempire le gradinate, andare in trasferta coi papà, chiedere un pallone, iscriversi a minibasket (ovviamente in altre realtà cittadine), fermarsi dopo le partite per imitare un tiro o un arresto e tiro visto poco prima, o farsi firmare il proverbiale autografo dai propri beniamini.
In un’epoca in cui lo sport fatica a competere con schermi e distrazioni, il basket ha fatto qualcosa di semplice e potentissimo: ha acceso curiosità. Ha creato appartenenza. Ha dato a tanti giovani l’idea che anche da qui, anche da una città di mare spesso raccontata solo per il turismo o per le difficoltà, si possa vivere lo sport che conta, ci si possa sentire “trapanesi e…vantarsene a tutti banne”.
Il valore di ciò non sta solo nelle vittorie o nella classifica, e l’epilogo infausto, per quanto mortificante, o l’ufficialità della radiazione, nulla toglie alle emozioni, forti, vissute in tinta granata…sta invero nell’abitudine che si è creata: quella di andare al palazzetto, di sentirsi parte di un evento collettivo, di crescere guardando l’eccellenza da vicino. Sta nelle grandi partite giocate a Trapani e da Trapani. Nessuna medaglia per chi non è riuscito a nutrirsi del bello vissuto in campo.
Si, è svanito tutto per cause extracampo, ed onestamente chi è che poteva pensare che durasse, il sogno, a lungo, onestamente difficile pensare che potesse durare anche un semplice triennio, certo non doveva finire così, tra le lacrime della gente. Resterà comunque qualcosa che nessuna esclusione può cancellare: una generazione che ha ri-scoperto il basket, una città che ha capito di poter stare su un palcoscenico importante, una passione che ha messo radici, come in parte altre volte, dove dopo dei cicli finiti (più lunghi, di certo, ma meno apicali nei risultati) si è ripartito dai germogli.
Il futuro dirà quale categoria attenderà Trapani ma invero conta il giusto, importa che il basket sia il seme che resta. Le macerie sono solo metà della storia, da lì si può ricostruire, ma è l’altra metà da imparare a memoria.
Foto Simonte








